Tenera è la notte. Kent Haruf e l’amore in tarda età

Incontriamo la vedova Haruf nella buia sala del teatro Franco Parenti in una piovosa domenica pomeriggio di febbraio, a Milano, qualche giorno prima di San Valentino. Ha l’aria di essere una donna consapevole della fortuna che ha avuto a incontrare Kent, Cathy Haruf: non desidera parlare degli aspetti autobiografici del libro – che pure ci sono, come in tutti i libri, è scontato dirlo – e vuole soltanto mantenere la memoria di ciò che fu il marito.

Un uomo che leggeva sì la grande letteratura americana, letteratura che si sta spostando sempre più sulla provincia piuttosto che sulla città, come ambientazione spaziale, ma che mentre scriveva «evitava di leggere narrativa» racconta la signora Haruf «per non mettersi in competizione con gli altri autori americani. Piuttosto, leggeva molta saggistica e si documentava su luoghi e persone. I suoi personaggi li conosceva molto bene prima di raccontarli»: è una lezione di scrittura quella che dà Cathy, oltre che di umiltà del grande cantore delle pianure, un’umiltà e un’umanità che traspaiono dalle pagine dei libri e dalle parole della signora.

«Era timido, riservato, amava molto ascoltare: era interessato agli altri, all’animo umano in tutte le sue sfaccettature».

Ed è certamente questo, ciò che emerge nel romanzo appena uscito postumo in Italia, Le nostre anime di notte. Un titolo poetico su una copertina che infonde fiducia nell’amore e nel futuro, la stessa fiducia che lo scrittore aveva nell’umanità. In un’epoca di grande rumore, di opinionisti, di superficialità e di odio verso il prossimo, leggere un libro come questo infonde una speciale speranza nel futuro, una dolcezza e una umanità piene di tenerezza, indagando a fondo un’età, quella della vecchiaia, senza filtri, ma sempre con empatia. La stessa empatia che Haruf riusciva ad avere per la working class narrata nella trilogia si sente anche in questo romanzo, più rapido, più conciso, spontaneo, dal quale racconta invece la classe media e in cui traspare anche l’urgenza della scrittura.

Urgenza, sì, perché Haruf sapeva che stava per morire, e voleva concludere al più presto. Cathy lo ha sempre sostenuto nella parte tecnica della scrittura: «Lui scriveva e io riportavo al computer, facevamo diversi giri di bozze. Ma il mio intervento non era quello di un editor: mi limitavo a correggere soltanto i refusi».

Si parla d’amore, di persone, di pettegolezzi, di dolcezza nei rapporti familiari, di difficoltà di comunicazione con i propri figli. C’è tutto un universo che trova il suo paesaggio ideale nelle sconfinate pianure di Holt, cittadina immaginaria frutto dei paesaggi e della città che Haruf viveva quotidianamente, e dal quale non riusciva a staccarsi: «Alla fine ritorno sempre a Holt».

E attraverso una scrittura semplice, immediata, in cui i personaggi parlano con sincerità e trasparenza, Haruf racconta la sua visione della realtà, il suo amore verso l’umano.

Una perla che è bene non lasciarsi sfuggire.

Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.

Kent Haruf, Le nostre anime di notte
NN Editore, 2017

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