Scrittura che costruisce ponti. Medicina narrativa a Bookcity

Se fossi un albero
sarei un nespolo.
In pochi lo sanno
ma solo d’inverno
profuma, e tanto.

Questo è solo l’inizio, un inizio che per questa riflessione ho voluto trasformare in versi, dall’esercizio narrativo che ho fatto ieri al laboratorio La pratica di scrittura costruisce ponti? Laboratorio narrativo esperienziale con Paola Marchesin e Nicoletta Suter. Ci sono finita quasi per caso, dopo aver letto il programma di Bookcity, scoprendo tante realtà che non capisco come non mi siano arrivate prima, in cinque anni a Milano. Il contesto era quello del Teatro Officina, un posto straordinario in mezzo alle case popolari, che fa teatro sociale e porta la cultura in una zona di Milano periferica, che adesso viene chiamata NoLo ma prima era semplicemente Gorla e viale Monza, e lo fa da 43 anni.

Sono arrivata all’ingresso del caseggiato che ospita il teatro ieri, un sabato pomeriggio un po’ sonnolento, grigio, dopo aver attraversato in bicicletta la pista ciclabile sulla Martesana semideserta. Vicino a me una donna bionda, che mi chiede se ci siamo già viste. Solo dopo aver sentito il suo nome la riconosco: è proprio Paola, che a breve avrebbe tenuto il laboratorio; abbiamo fatto una passeggiata in montagna con un’amica in comune, Silvia, un anno fa. È stato strano ritrovarsi qui, in abiti cittadini e in mezzo a tutto questo cemento. Ci siamo avviate assieme al teatro.

Nelle prime ore dell’incontro abbiamo assistito a una serie di presentazioni: di libri, come quello di Micaela Castiglioni, La parola che cura, è della responsabile del corso di perfezionamento in medicina narrativa che viene tenuto all’Università della Bicocca; del toccante Il neoplastico, un monologo teatrale di un medico alle prime armi che conosce l’umanità del contatto umano con il suo paziente anziano; del video Camera Obscura. Fotogrammi di Medicina Narrata sulla Sla e sull’Huntington, che mi ha ricordato il dramma di chi perde a poco a poco autonomia – un dramma che ho letto nel libro che per me è stato rivelatore questa primavera, Al giardino non l’ho ancora detto di Pia Pera. Ho trovato tanta umanità in tutte le persone che si sono succedute sul palco, e anche, è importante ricordarlo, una fiducia nella medicina tradizionale, che non viene sostituita in maniera dilettantesca, bensì affiancata a pratiche terapeutiche che possono assieme ai medicinali offrire un palliativo a chi soffre anche in stadio terminale.

Durante il laboratorio le esperienze che ci siamo scambiate sono scaturite grazie alla pratica narrativa. Chi vuole far praticare la medicina narrativa deve praticarla lui stesso: conoscere il metodo in prima persona permette di aiutare i pazienti in modo più consapevole. Sapere cosa scatta dentro di sé nell’aprirsi all’esperienza di scrittura autobiografica è un passaggio importante per farlo praticare ad altri, e ci mette al loro stesso livello.  Abbiamo riflettuto sull’importanza delle parole, su un uso ponderato e accurato delle stesse da parte di chi si propone di curare gli altri, in qualsiasi ambito ciò venga fatto. Nell’etimologia della parola cura ci sono diversi significati: sollecitudine/interesse/attenzione, ma anche preoccupazione, nel senso di occuparsi prima, in anticipo. Anche le parole della cura assumono così un peso e un significato profondi per chi si trova a operare con essa.

Abbiamo scritto I gesti, le voci, gli sguardi della cura che mi porto dentro: tre gesti o momenti di cura data o ricevuta. O non ricevuta. E alla fine abbiamo scritto le parole che per noi sono più significative rispetto alla cura, traendole proprio da quei testi. A cosa serve questo esercizio? Proprio a ciò che si proponeva il laboratorio: a costruire ponti, tra sé e gli altri, tra sé e il dolore, tra sé e la possibilità di una cura.

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