Provaci ancora, Vasco

Qual è il modo migliore per esorcizzare le sconfitte se non, ovviamente, quello di riderci su, magari esponendosi spontaneamente al pubblico ludibrio?

Nasce, in questo spazio quasi intimo quale quello del blog, l’angolo del giornalista cassato.

Un articolo rifiutato da un giornale, per qualsiasi motivo, è papabile di pubblicazione da queste parti.

Anche se si è sicuri di aver fatto un buon lavoro, per “motivi editoriali” (non ci azzecc ‘na mazz con i temi di solito affrontati) o “di lunghezza” o di “mancanza di freschezza nel dare la notizia”, talvolta si viene respinti.

In questi piccoli fallimenti s’impara sempre qualcosa: e quindi, una lezione di giornalismo.

Non è sintomo di fallimento volerlo pubblicare: in tempi di free press ci è concesso anche l’uso di blog personali per tale scopo. Questo che segue è la recensione di un concerto de Le luci della centrale elettrica. Mi è stato rifiutato da due giornali: il primo, perché il redattore diceva inizialmente che “non è una recensione, potrebbe essere un articolo da rubrica o da “blog interno”, ma noi non abbiamo uno spazio simile, se pubblico questo apriamo un precedente che non riuscirei a gestire, sempre parlando degli spazi che abbiamo ora certo”; poi perché la notizia era ormai vecchia (ma non per colpa mia) e perché troppo lungo per un giornale on line. Il secondo giornale, un mensile cartaceo, invece, non apprezzava troppo il tono “underground” della recensione, considerata destinata a un pubblico troppo giovane che si discosta dai lettori abituali di quel giornale.

Il fallimento, signori, è servito.

Provaci ancora, Vasco

Vasco Brondi sembra voler dirti tutto in una sola canzone. E lo fa tramite una serie di enumerazioni (caotiche) del proprio sentire, tramite accostamenti ora riusciti, ora banali. Tramite melodie che si susseguono una dopo l’altra, a volte in modo incalzante, ma così simili tra loro che non si percepisce quando finisce l’una e inizia l’altra. Si sente, chiaramente, l’impronta del migliore – e meno commerciale – Rino Gaetano. Il cantautore ferrarese è un poeta più che un cantante, un intellettuale visionario più che una rock star. Le luci della centrale elettrica, il suo progetto musicale ormai noto anche al di fuori dei circuiti di nicchia, tenta di incapsulare il tutto, o almeno la visione che lui ha di quel tutto.

Ma il tutto non è incapsulabile, non è concentrabile in un’infinità di accostamenti di aggettivo-sostantivo ripetuti a mo’ di mantra, ossessive. Avere una visione globale dei fatti e tentare di trasmetterla, questo sembra voler fare Brondi. Talvolta ci riesce. Altre volte, invece, interviene in modo troppo invasivo, perfino sulle note e le parole degli altri. Per esempio, durante il concerto di Monfalcone (Gorizia), nell’ambito del Festival Absolute Poetry, riproduce una versione talmente adattata al proprio stile – un po’ troppo mono-tono – da non assomigliare neanche vagamente all’originale: La domenica delle salme di Fabrizio De Andrè. Tradendo, forse, in qualche modo il senso della canzone originale, nella quale la melodia, tra il tradizionale e lo sperimentale, giocava un ruolo fondamentale. Molto spesso, l’ossessività tipica di quelle note, e strofe, rasenta la depressione, e una certa rassegnazione disperata. Ma denunciare un disagio umano – non si parla del solito trito e ritrito disagio giovanile, per fortuna, ma proprio umano – comporta anche un passo ulteriore nei confronti del proprio uditorio. Si vuole essere cantanti, scrittori, artisti “impegnati”? Bene. È auspicabile, però che la propria denuncia non rimanga fine a se stessa. Che non ci si limiti a descrivere pittorescamente – con accostamenti assolutamente inediti, originali, apprezzabili – la notte atomica che ci ha rimboccato le palpebre o i tuoi capelli che sono fili scoperti, che sono nastro isolante, che sono fili scoperti. Che si vada oltre il risveglio delle coscienze in quel flusso di parole e pensieri ingarbugliato, poco ordinato. In cui qualche volta si perde il senso, per poi ritrovarlo qualche nota più in giù, in altre Canzoni da spiaggia deturpata.

È affascinante e inquietante, il mondo che trapela dalle ossessioni in versi de Le luci. Talvolta, perdersi nel senso che viene a mancare nelle parole di Brondi e ritrovarlo poco dopo, come risvegliandosi di colpo da un incubo, è come seguire il flusso di un sogno surreale e fluido. Ma l’impressione è che manchi qualcosa. Che manchi, ad esempio, un immaginario e un immaginato alternativi agli scenari catastrofici descritti nella fenomenologia umana e industriale dei suoi testi. C’è, in un certo senso, un volersi “sedere” sulle angosce pubbliche e private. Ma Vasco Brondi può andare oltre. Le potenzialità per fare questo ci sono tutte: sensibilità artistica nell’osservare il mondo esterno, capacità di accostare immagini surreali ma reali, una voce graffiante, particolare, modulabile, e un talento musicale molto apprezzabili. Ma è necessario fare un ulteriore sforzo di crescita artistica, senza sedersi sulle proprie convinzioni, ma tentando di rielaborarle. A ventiquattro anni, Vasco Brondi può farlo. E – ci si augura – ci riuscirà.

Anna Castellari

2 Risposte a “Provaci ancora, Vasco”

  1. beh…non male l’articolo qui. ti posso assicurare che ho avuto la sventura di leggere dei fondi di Repubblica – nelle pagine interne, quelle con le notizie locali – che erano veramente spazzatura. anche in senso formale.

  2. grazie mafalduzza, che bel blogghe il tuo!
    non voglio fare alcun confronto con altri giornali, soltanto è un modo per imparare dai propri errori. anzi, non direi che sono proprio errori: il pezzo è buono. diciamo, piuttosto, che non è adatto ai giornali cui l’ho proposto. riconosco che non è una recensione nel senso classico del termine, e che è più adatto a un blog d’opinione che ad un giornale. quanto all’altra rivista, è una rivista di arte e di cultura, che però è piuttosto “tradizionalista”, la cui linea editoriale non corrisponde affatto con l’articolo in questione. ma neanche con la mia idea di cultura, intesa in uno spazio condiviso. ed è un peccato: credo che la mia sia una delle poche recensioni-opinioni che ha il coraggio di stroncare le luci della centrale elettrica (dando comunque un margine di speranza alla band, eh, perché l’idea di base è buona). è un peccato, perché diffonderlo in un periodico sarebbe stato come diffondere un’idea fuori dalle righe dei soliti opinionisti osannanti il suo talento…

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