Pratoline e prato-libri

Ci sono fiori in primavera che si lasciano annusare e calpestare da piedi nudi alla ricerca di un rapporto con la terra che forse abbiamo perduto per sempre. Non abbiamo mai davvero zappato la terra, non abbiamo mai coltivato un pomodoro, se non in un’ondata radical chic di ritorno che non ci apparterrà mai davvero. Le pratoline però mi ricordano il paese e i giochi della mia infanzia, quando la natura era mamma e non matrigna, e si preparavano zuppe a base di terra e cigli d’erba e collane fiorite che appassivano dopo due ore.

Così la primavera, adesso, ha addosso quegli odori (e quei sapori, se malauguratamente si assaggiavano le zuppe nefaste che si preparavano da bambini). L’umido della terra in un venticinque aprile sconquassato dalle tempeste politiche giù a Roma ha un che di rassicurante. E ancora più rassicurante, forse, tra i coretti da festa dell’Unità malriuscita e mercatino del freak, è poggiare il sedere a terra e leggere. Da bambina, ricordo che passavo ore in giardino, da giugno a settembre, all’ombra di un amolo (pruno? Erano quei frutti un po’ acidi e gialli che sono pronti a maggio, mangiabili solo in forma di marmellata secondo me), e leggevo le mie segrete raccolte che tenevo nascoste — così almeno credevo — dentro un frigorifero spento vicino alla legnaia.

Sotto quell’albero, circondata dalle pratoline, ho letto Tom Sawyer, e Huck Finn — che recentemente ho ritrovato in uno straordinario fumetto di Lorenzo Mattotti —, tutta la saga di Piccole donne e Piccoli uomini (di questo secondo ciclo non ricordo quasi niente, forse perché non era riuscito quanto l’altro e non l’ho rimasticato attraverso i film); ricordo Gianni Rodari, che credevo cicciotto come mio nonno, e soprattutto ancora in vita, e le Favole al telefono; I pattini d’argento e i Topolini che ogni mercoledì mi comprava, puntuale, il papà; le fiabe Disney che avevo raccolte in libri illustrati; e poi più grandicella, i libri di Bianca Pitzorno, i gialli Mondadori per ragazzi — ce n’era uno che ricordo ancora come l’avessi letto ieri: La società dei gatti assassini, che amavo per l’ambientazione bislacca e il punto di vista felino; Avventura a Katmandu, che mi proiettava per la prima volta, assieme ad altri romanzi fantastici che mi regalava soprattutto mio padre, in mondi a me davvero sconosciuti, come in Viaggio al centro della terra e L’isola del tesoro (“quindici uomini sulla cassa del morto/ yo-oh-oh/ e una bottiglia di rhum”).

Silvana Gandolfi, Occhio al gatto, Salani
Silvana Gandolfi, Occhio al gatto, Gl’Istrici Salani 1995. Illustrazione in copertina di Giulia Orecchia

Sono libri che ricordo in ordine sparso, certo, di cui non ho memoria neanche di chi li ha scritti, né tantomeno dell’editore. Ma che ritornano quando meno me l’aspetto, nelle trame che leggo adesso. Ad esempio, ieri ho iniziato a leggere, sul prato della Martesana, all’ombra di un albero sotto un sole che sembrava luglio, Lady Butterfly. Diario di una cacciatrice di farfalle di Margaret Fountaine, e mi sono ricordata di Piccole donne, per il femminismo e la voglia di viaggiare delle protagoniste (anche se l’ambientazione è diversa, il secolo è lo stesso). E per questo motivo, sono convinta che le letture di ragazzi ci influenzino anche sulle sensazioni che proviamo da adulti.

Un’altra cosa che mi è capitata un paio d’anni fa, quando ho preso in affitto l’appartamento di via Padova, è stata trovare nella biblioteca della padrona di casa un libro Salani (ero ormai dentro l’editoria e facevo caso a chi produce il libro). Andando al lavoro, ogni mattina, divoravo letteralmente il libro, che era di Silvana Gandolfi, Occhio al gatto. Ho perfino voluto scrivere all’autrice, cercando il suo indirizzo in internet: «Mi sono ritrovata in un altro mondo, visto dagli occhi di un gattino, Virgilio, che mi guida in un regno incomprensibile e pieno di paure. Ho trent’anni, lavoro da qualche tempo per un service editoriale che fa libri per bambini, ma leggendo il suo libro è come se ne avessi otto. Sto ritrovando un piacere per la lettura che difficilmente, leggendo tanto per lavoro, provo». Sarà stata anche colpa della Società dei gatti assassini?

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