“Par vardar” le Dolomiti, metti un prato in quota all’alba con Marco Paolini

[cultura]

di Anna Castellari

foto Anna Castellari

03/08/2009

A mettersi in marcia verso una montagna, tra le splendide e quasi “snob” Dolomiti trentine – ben diverse dalle altre montagne cui si è abituati, dalla Carnia tozza e dura, dalle Alpi meno slanciate e più familiari – si ha l’impressione di compiere un viaggio un po’ mistico, un po’ interiore, più che fisico. Soprattutto se la marcia parte dai millecento metri e arriva ai duemilacento sul livello del mare – ma c’è sempre la funicolare a soccorrerci – e si conclude su un grande prato, Pra Martino, che ospita un evento artistico. Evento che non si svolge, però, alle due del pomeriggio come potrebbe essere plausibile. No: è alle sei del mattino. All’alba sulle Dolomiti, una delle esperienze più magiche nella vita di una persona. I riflessi dei raggi del sole sulla roccia friabile di quelle montagne ricordano un paese di fate, oltre lo spazio e il tempo. Non è un caso se l’Altopiano vicino a Pra Martin si chiama Ciampedie. Che in lingua ladina, la lingua di alcuni territori del trentino, significa “Campo di Dio”.

Uno pensa, dentro di sé: d’accordo, la cornice è favolosa. Chi recita è piuttosto conosciuto. Ma chi vuoi che si metta in viaggio a queste ore per un monologo? Chi? E invece. È difficile quantificare quanti erano presenti allo spettacolo in dialetto Par vardar con Marco Paolini, istrionico interprete delle tragedie e della vita quotidiana del nordest italiano, ma a occhio almeno un migliaio di persone era presente. Solo questo induce a far riflettere sul potere che esercita l’attore trevigiano sul pubblico. Marco Paolini non è nuovo a queste “sfide” al pubblico. Già nel 2007, nei pressi di Vicenza, aveva tenuto uno spettacolo all’interno di una cava di pietra bianca. Recitava Il sergente, tratto da Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Lo scrittore, morto un anno fa, era presente alla rappresentazione. Nonostante il freddo glaciale. Che serviva a ricordare, a dare un’idea del freddo dei giorni russi vissuti dai militari italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, narrati nel libro e nello spettacolo in scena. D’accordo, Paolini gioca in quest’occasione – quasi – in casa e recita in dialetto: e il dialetto, si sa, è molto più sentito e “ancestrale” rispetto all’italiano, soprattutto in queste zone in cui tutti lo parlano, dal contadino al ricco, in una democrazia linguistica difficile da reperire altrove. Ma tutto questo implica comunque un notevole sforzo da parte del pubblico, per quanto chi va in montagna sia attrezzato per queste cose. Oppure, implica un notevole bisogno, da parte del pubblico stesso, di momenti d’intensa “spiritualità”, non nel senso religioso, ma in quello di ricongiungimento con la natura, di riappropriarsi della propria terra, quella da cui veniamo e che ci siamo dimenticati tutti un po’.

Paolini ci ricorda in modo provocatorio che i nostri padri, i nostri nonni, e bisnonni, non stavano meglio di noi, anzi: che noi siamo dei figli viziati, che non sappiamo nemmeno più cosa sia “la pellagra, che non è una malattia da Promessi Sposi, del Seicento, ma di appena cinquant’anni fa, di chi mangiava solo ed esclusivamente polenta”. Spiega pazientemente la quotidianità dei contadini di allora. Narra pure le vicende degli studenti divenuti “i piccoli maestri”. Ci ricorda anche che i poeti della natura non vivono tutti in un idillio arcadico, come siamo abituati a ritenere: e così spazia tra i maggiori poeti dialettali del Novecento (il triestino Cergoly, il “graisàn” – gradese – Biagio Marin, perfino il napoletano Salvatore di Giacomo). E il pubblico viene a conoscenza di un grandissimo patrimonio oggi dimenticato, che è l’universo poetico italiano. E saltando di palo in frasca, attraverso tirate complicate ma fluide, il monologo attoriale arriva alla rappresentazione del pensiero di un operaio di oggi, che ha subito un incidente sul lavoro e che ne spiega le cause. Dando una voce fuori dal coro in merito a tale tipo di incidenti: la responsabilità è dell’azienda in cui l’incidente avviene, ma, spesso, anche della persona che subisce l’incidente (“mona!”, stupido), alla sua distrazione, all’errore umano; tuttavia, conclude (parafraso): “se muori in una missione all’estero, quindi sul lavoro, la tua bara viene avvolta da un drappo tricolore; se invece muori in Italia facendo un incidente sul lavoro, sei mona [stupido] e basta”. Visione condivisibile o meno: ma non è tanto importante questo. Importante è il risveglio delle coscienze che ne deriva: tornarsene a casa propria con il dubbio, le domande, la voglia di scoprire, di informarsi. Non prima, però, di aver cantato insieme a tutto il pubblico, “Oh bella ciao”. In un unico, brivido, in musica. Sotto i raggi finalmente caldi del sole a noi più vicino, a duemila metri dal mare.

[Fonte: Rivistaonline]

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