L’importanza di essere piccoli: ce ne fossero, di piccoli così

Un tessuto sociale molto presente con associazioni locali attive nel coinvolgere la popolazione di piccoli borghi, due poetesse e un fotografo sensibili e dall’intuito spiccato, una meravigliosa idea per riattivare quei luoghi dimenticati, e cioè far alternare ogni sera in un luogo diverso poeti e musicisti sul palco: ecco la ricetta de L’importanza di essere piccoli, che quest’anno è arrivato alla settima edizione e si è concluso il 6 agosto.

Sette è un numero magico e loro lo dicono sui social. Per conto mio, oltre a rifargli il sito dell’associazione che porta avanti questo meraviglioso progetto, quest’anno ho deciso di partecipare come pubblico. Ho avuto il mal d’Appennino per diversi giorni, al rientro. Sono luoghi di pace, sono colline montagnose di boschi e di verde, discrete e non troppo alte, tutte curve che a farle in auto ci vuole tanta santa pazienza e però si viene ripagati dalla visione fiabesca di caprioli, anche in pieno giorno.

Forse questi posti somigliano un po’ al Friuli più recondito, quello che più mi piace, da Polcenigo in su: assomigliano un po’ alla Pedemontana e alle Dolomiti Friulane, non per conformazione geologica quanto per discrezione, per essere montagne senza pretese, dove immaginare e riposare e sognare.

E sì, visto il gran caldo ho dovuto rimediare alle mancate passeggiate con attività molto stressanti…

Fatta questa premessa, ci trovavamo al termine del nostro viaggio-vacanza di nozze. (Il viaggio vero più avanti, maggiori dettagli prossimamente su questi schermi).

Tra le serate più belle sicuramente quella a La Scola, frazioncina di Grizzana Morandi che un tempo era un importantissimo snodo di passaggio al confine tra l’Esarcato di Pistoia e la Longobardia pistoiese (i LONGOBARDI! Anche qui!). La storia del borgo è stata raccontata per filo e per segno da un dotto signore della zona, membro dell’associazione Sculca (che poi è l’antico nome di Scola, un po’ come Purlilium è l’antico nome di Porcia e come Mediolanum quello di Milano). Abbiamo così scoperto che La Scola ha resistito agli interventi edilizi degli anni Sessanta, quando in Italia c’era la mania di intonacare anche gli antichi palazzi medievali perché i sassi “fanno miseria”, e preservata miracolosamente al tempo, il borgo è rimasto tale e quale al medioevo. Zompettando qui e lì su e giù per salite e discese siamo giunti anche a una sorta di edicola in pietra, nella quale il signore ha raccontato ci fosse la prima cabina telefonica del paese. (E anche lì è partita l’aneddotica: la signora che ha concesso l’edicola alla SIP, nome medievale della Telecom, e viveva giusto sopra, sapeva i fatti di tutti quelli che lì andavano a telefonare. Sembrano secoli fa e invece si parla degli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento).

Uno scorcio de La Scola, con tanto di luna a picco. La foto ovviamente non rende minimamente la bellezza del luogo, il verde che si respira lì attorno, la quiete leopardiana da sempre caro mi fu quest’ermo colle. Ma andateci a vederla di persona.

Adesso mi servirò di qualche immagine presa a prestito da Guido Mencari, ché per ste robe ci vuol mestiere e io non ce l’ho, che ve lo dico a fare. La sera in questione sul palco si alternavano Francesca Genti e Manuela Dago, cioè le mie amichette di Sartoria Utopia, che anni fa hanno avuto la brillante idea di fondare una casa editrice di libri di poesia fatti a mano e che hanno letto alcuni dei loro versi tratti dai loro librini, ricordandomi anche che era vero, era successo che io e Gabriele ci siamo sposati, anche perché la Franci indossava lo stesso mirabolante abito della sera del matrimonio. E assieme a loro suonava Gabriella Lucia Grasso, voce intensa e personalità spiccata dalla favolosa Sicilia (per me particolarmente favolosa visto che ancora non l’ho ahimè mai visitata). La Gabri che ha collaborato anche con Carmen Consoli, tra gli altri, è spesso in tournée in giro per lo Stivale e quindi googlatela e cercatevi la data più vicina a casa vostra per godere delle magiche atmosfere della Trinacria, mescolate al contemporaneo in maniera sapiente e giudiziosa.

Caratteristica preponderante del festival è quella di abbinare poeti e musicisti nelle varie serate che si alternano. Vengono fuori dei mix interessanti (così interessanti che anni fa Manuela Dago conobbe proprio qui il suo attuale compagno, che si alternava con lei sul palco, Umberto Maria Giardini – eh sì, ci voleva pure il momento gossip!). Questi pezzi di femminone sul palco il 4 agosto (non me ne voglia il chitarrista di Gabriella Lucia Grasso, fondamentale) sostenevano il palco con armonia, rendendo la serata dolce e leggera. C’era un pubblico così silenzioso e attento che sentivamo nei momenti di silenzio un cane che dormiva russando rumorosamente. Aggiungeteci che il suono dei grilli entrava nei microfoni, ed ecco che capite la magia del posto.

Un’altra serata che abbiamo molto apprezzato è stata l’ultima cui abbiamo assistito, con Bruno Tognolini e il giovine cantautore maremmano Lucio Corsi, a Monachino, altro posto che sembrava essere vicino a dove alloggiavamo e invece erano 40 minuti di tornanti. Ne è valsa la pena, però. Entrambi hanno saputo far sognare adulti e bambini raccontando fiabe al chiar di luna. Tognolini si sa, è una garanzia. La scoperta è stata per me Lucio Corsi e il suo “movimento punk nella foresta”. Che dire, googlateli e cercate i loro reading o concerti in giro per l’Italia. Ma una serata come quella di Monachino è difficile da ritrovare: ed è per questo che l’anno prossimo vi conviene andare all’Importanza, e scoprire in prima persona le follie e le magie dell’Appennino.

Immagine di apertura: L’importanza di essere piccoli | 2017 © Guido Mencari Photographer

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