Le eroine della furbizia

Quando ero piccola le mie letture preferite includevano quelle in cui a essere protagonisti erano donne intelligenti, coscienti di esserlo, che tentavano di raggiungere obiettivi che andassero al di là dell’essere figlie premurose e poi mogli e mamme diligenti.

A volte ci riuscivano, altre volte no: la Jo March di Piccole donne, per dirne una, parte bene, anzi benissimo: vuol diventare scrittrice di libri gialli, e ci prova, e addirittura si trasferisce da sola in una città (una donna! Sola!). Proprio l’altro giorno sono incorsa nell’ennesimo post di un’amica che – in buona, buonissima fede – ne tesseva le lodi: ma io le ho fatto notare che alla fine del libro si sposa con un uomo che non la stima, che la ridimensiona alla sua realtà di tutti i giorni invitandola a scrivere “delle cose che conosce bene” e cioè della famiglia e dei sentimenti buoni contro il “male” che può fare un libro “di genere”. Ora, al di là dei pregiudizi sulla letteratura di genere che possono scaturire da questa evoluzione della storia di Jo March e che ancora oggi è considerata “di serie B”, ciò che mi preme considerare è che, per quasi tutto il libro Jo non fa che affermare la propria personalità, ed è questo che rimane più impresso a noi lettrici – per fortuna – ma anche che un cattivo finale può rovinare un ottimo libro, e se Jo “mette la testa a posto” e torna nei ranghi di donna e di madre, le sue sorelle non vanno meglio. La saggia Meg si sposa “bene”, Amy si prende Laurie, l’eterno innamorato di Jo e diventa una donna ricca e aristocratica (ma anche piuttosto furba), dipendente dal marito, mentre Beth è la sorella che non cresce per cause di forza maggiore. Quindi, alla fin fine delle sorelle March quella che si sistema meglio è quella più furba, non quella più intelligente.

Negli anni Cinquanta andavano forte Giulietta e il suo diario descritti da Giana Anguissola: la fanciulla della Milano bene che pur volendosi affermare nello studio non dimentica qual è il suo ruolo in società l’ho descritta ampiamente qui.

Stessa sorte tocca a un’altra eroina che amavo molto all’epoca, conosciuta come moltissime ragazze della mia generazione grazie al cartone animato: Anna dai capelli rossi, di cui divorai il romanzo Anna dei verdi abbaini. Di recente è uscita una meravigliosa serie su Netflix che ho appena iniziato a vedere e che racconta in modo decisamente meno edulcorato rispetto al cartone animato le frustrazioni e le paure della piccola Anne. Quanto amavo la sua caparbietà, il suo entusiasmo, i soprannomi che dava a tutti i luoghi che vedeva per trasformarli in paesaggi di fiaba, l’amore per lo studio e la sua amicizia con Diana. E quanto invece mi ha deluso vedere che alla fine rinuncia alle proprie ambizioni per stare a fianco alla famiglia. Anna non è un’eroina furba, ma alla fine rientra anche lei nei ranghi e si ferma al diploma, andando a far la maestra di campagna anziché laurearsi.

In tempi più recenti mi sono appassionata a Gilmore Girls, in Italia Una mamma per amica: anche qui la protagonista è una ragazzina colta ed educata, che vuole farsi strada nel mondo attraverso lo studio e in seguito un lavoro più appagante. (Attenzione: spoiler della quinta stagione). Mi sono fermata alla quinta stagione perciò non so come finisca la serie e sto per iniziare ora la sesta, ma alla fine di questa, Rory si ritrova con un fidanzato ricchissimo, Logan, figlio di un magnate dell’editoria. Il padre la assume come stagista instaurando sin dall’inizio un rapporto poco alla pari, non perché la tratti diversamente da altri dipendenti, ma perché Rory è fidanzata con il figlio, e questo già di principio non può preludere a un “farsi strada da sola” che è poi la prerogativa delle ragazze Gilmore. In questo, la madre – che l’ha avuta ad appena sedici anni – è infinitamente più emancipata: senza studi prestigiosi, lasciando la famiglia d’origine cresce da sola la figlia e intanto lavora in un hotel, diventando poi a sua volta imprenditrice con una propria attività. Invece, per Rory c’è in serbo – perlomeno per un periodo della sua vita – un annullamento della personalità: la ragazza entra immediatamente in crisi quando il padre del fidanzato le dà il benservito dicendole che “sarebbe un’ottima assistente” ma che non ha “la stoffa per fare la giornalista”, senza aver mai letto prima una riga di un suo articolo, ma giudicandola solo per il suo lavoro di schiavetta in redazione, e forse perché vuole allontanarla dal figlio non ritenendola all’altezza della sua famiglia. La ragazza, senza dare ascolto alla madre, decide addirittura di lasciare l’università nonostante gli ottimi risultati fino ad allora conseguiti, perché non riesce ad aver fiducia in se stessa ma si affida completamente al giudizio degli uomini di potere.

Sono errori legittimi, che possono capitare a ognuna di noi, magari non in questa misura così apocalittica: ma esemplificano rapporti uomo-donna nel mondo di oggi. Però ci resta l’amaro in bocca: Rory diventerà più furba per farsi strada nel mondo che le interessa? Oppure, come spero e mi auguro, tornerà a essere la ragazza ambiziosa e consapevole delle proprie capacità nelle stagioni successive, al di là di fidanzati e magnati dell’editoria e al di là di qualsiasi furbizia e scorciatoia?

La Belle de La bella e la bestia, tornata in auge di recente grazie al remake del cartone Disney e impersonata oggi da Emma Watson, eroina di un’altra serie di romanzi e di film di formazione, Harry Potter, è invece l’archetipo della ragazza che non si ferma alle apparenze, che odia le scorciatoie – e rifiuta infatti le attenzioni di Gaston, che oggi sarebbe un perfetto tamarro palestrato di periferia circondato da teppistelli che gli danno man forte nella sua arroganza –, che accetta di vedere oltre le apparenze e perciò decide di accrescere le proprie conoscenze attraverso i libri, e dà una chance alla bestia che le si ripropone davanti, in una magia, con le sembianze di un meraviglioso essere umano.

E nelle eroine di oggi c’è più furbizia o più capacità? Sono più intelligenti o più spavalde e furbe? Qual è il modello dominante? Sarebbe facile giudicare i ragazzi che frequento oggi a scuola e pensare che i modelli siano tutti negativi, e ritenere che le eroine di un tempo fossero tutte positive. Sarebbe un giudizio affrettato quanto il ritenere che Jo March o Anne Shirley siano simboli del femminismo: un libro o un film si giudicano anche per il loro finale.

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