La verità, vi prego, sull’editoria

Valentina Saradini, illustrazione per Giacomo di cristallo di Gianni Rodari
Valentina Saradini, illustrazione per Giacomo di cristallo di Gianni Rodari

Anno dis-grazia 2012. Mentre siamo qui tutti a piangere sulle nostre tragedie finanziarie, a cercare binomi e colpevoli della situazione tragica e apparentemente senza via d’uscita che si è creata negli ultimi anni, io cerco di trovare una spiegazione a questa situazione. Sarà che vedo la mela nella sua parte più marcia, sarà che di editoria si parla sempre di più come di un settore in caduta libera e sempre meno “commerciale” e commerciabile, essendo considerata un modo di soddisfare bisogni non primari, sarà stata la lettura di un manifesto, quello degli editori indipendenti, comparso oggi su L’Indice dei Libri del mese e disponibile in versione integrale su ODEI, l’Osservatorio degli Editori Indipendenti. Saranno tutte queste contingenze, che però riconducono a un periodo molto lungo, ma mi trovo quasi obbligata a fare riflessioni sul breve e il lungo periodo.

In questo estenuante momento, in cui inviare un curriculum è come lanciare un sassolino sulle Dolomiti, in questa era di vacche magre in cui a continuare ad agire nella legalità sono in pochi — e l’editoria è il primo posto dove vengono eluse le leggi, e i principali diritti del lavoratore, compreso quello di essere pagato, non dico equamente, ma pagato — non ho mai voluto trasformare questo spazio in un piagnisteo. Questo è un momento drammatico, nella vita di molte persone, che si trovano smarrite, perse in un oceano di nulla e indecise se l’economia reale sia o no la soluzione, se aver studiato vent’anni della propria vita sia valsa la pena, se continuare a interessarsi delle cose del mondo sia utile o sia invece uno spreco di buone energie da far fruttare diversamente, che so, mettendosi a coltivare pomodori “tanto adesso va anche di moda”.

Poi però mi ricordo che se siamo qui e se siamo in tanti ad amare questo lavoro — fare libri, impaginarli in cartaceo o adesso sempre di più in digitale, scriverli, revisionarli, promuoverli — significa che c’è ancora l’amore per l’esplorazione delle cosiddette cose del mondo ad animarlo. Significa che, spesso (ma non sempre, e la fuffa è costantemente in agguato) l’editore piccolo e di ricerca si rivela fondamentale per il lancio di un prodotto che è, e deve essere, anzituttto culturale, prima che commerciale.

Allora, preferisco concentrarmi sulla piccola editoria, ma logicamente su quella che ritengo professionale. Che non sia politicizzata e non strumentalizzi le proprie opinioni. Che non faccia dire ai propri autori, per via di un’immagine molto connotata politicamente, quel che vuole che i lettori recepiscano, ma che aiuti a ragionare ciascuno con la propria testa. Per questo motivo, forse, mi è più semplice parlare di illustrati e di editoria per l’infanzia: la quasi totale assenza di “secondi fini” in questo genere di libri mi rende più sensibile a quelle tematiche.

Quando ero bambina, come Caterina ero convinta che Gianni Rodari fosse un signore ben piazzato, simile a mio nonno, e che fosse ancora vivo (la maestra ci aveva detto, in classe, che lo avremmo incontrato ancora durante l’anno scolastico, e io capii che l’avremmo incontrato letteralmente). La mia delusione nello scoprire che non lo era fu grande. Ma le sue Favole al telefono continuarono a darmi l’impressione che quel nonno di tutti i bambini italiani (ma anche stranieri), che parlava di Busto Arsizio come di Barletta, fosse sempre lì a vegliare su tutti i suoi piccoli lettori, a consigliarli, a renderli più consapevoli del mondo.

Così, la mia consolazione primaria in questi mala tempora è, e resterà sempre, il potere della verità narrato in Giacomo di Cristallo. E penso sia consolatorio, per tutti noi, in tempi di menzogne e inganni, riportarlo qui. Buona lettura, nipotini di Gianni Rodari che non siete altro. E buona verità.

Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente.
Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.
Una volta, per sbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.
Un’altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.
Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli faceva una domanda, prima che aprisse bocca.
Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava «Giacomo di cristallo», e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.
Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I povero erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi.
La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.
Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.
Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.
Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri. Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire. Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

(Favola tratta da Favole al telefono, Gianni Rodari, 1962)

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