La mia doppia vita. Insegnante e tata – Omaggio a Gertrude Moskowitz

Sono ormai due anni che insegno, studio e lavoro con i piccoli e i più grandi, in un modo o nell’altro; a scuola o fuori dalla scuola, attraverso laboratori e servizi di tata. E se contiamo le attività di volontariato, i laboratori per l’infanzia li ho iniziati a fare nel 2012.

E allora una mia amica, scrittrice, mi ha detto: perché non lo racconti?

Non racconto facilmente le storie che mi succedono perché… perché riguardano persone, perché raccontando alcune cose mi sembra di violare la privacy di quelle persone. E soprattutto perché si tratta di bambini, o di ragazzi che stanno crescendo, e io pure sto crescendo e incespico e faccio errori e ne faccio diversi ogni giorno. Non sono né aspiro a essere uno di quegli insegnanti-guru che si vantano di saper stare con i ragazzi e li fanno diventare protagonisti delle loro storie, vampirescamente; salvo poi criticare i loro colleghi in difficoltà. Succede, e il rischio autoreferenzialità è sempre in agguato.

Studiando per l’esame di pedagogia, vera e propria miniera di suggestioni e di concetti che sembrano banali ma che in un discorso globale non lo sono affatto – magari aver avuto prima qualcuno che mi dava delle dritte su come si gestisce un gruppo classe! – ho scoperto e rilevato che l’individualismo è sempre dietro l’angolo: riguarda gli altri colleghi e me nella stessa maniera; che tutti vorremmo essere un po’ al centro dell’attenzione quando siamo dietro una cattedra, e che anche dopo decenni di puerocentrismo (così si chiama in gergo il mettere l’alunno, bambino o direi anche adulto che sia, al centro, contrapposto al magistrocentrismo che dominava nell’idea di scuola ottocentesca) siamo sempre a rischio di incorrere nei nostri stessi egocentrismi.

Non voglio essere nemmeno un insegnante che diventa troppo “amica” degli studenti, perché il rischio di farsi scavalcare nella gerarchia – che c’è e deve esistere – è sempre dietro l’angolo, e io ne so qualcosa dato che vengo scambiata costantemente per un’alunna dai colleghi che ancora non mi conoscono (e vengo anche poco considerata dagli alunni, specie perché sono a inizio carriera).

Vorrei dare il mio contributo, qui, suggerendo alcune pratiche che ho appreso sia con l’esame di pedagogia, sia con il prezioso libro di Monica Barsi Metodi in classe per insegnare le lingue straniere, dal quale ho potuto scoprire un altro volume altrettanto valido: Caring and sharing in the foreign language class, di Gertrude Moskowitz, che fa dei metodi cosiddetti “umanistico-affettivi” il punto preponderante della propria ricerca.

Sembra un volume datato, perché è della fine degli anni Settanta.

In realtà ho potuto testare che non lo è affatto. Quest’anno insegno in un liceo linguistico (a meno che non mi disdicano il contratto, il che purtroppo può avvenire in qualunque momento) e anche a livelli elevati di apprendimento, ho potuto constatare che il clima di fiducia e di rispetto reciproco sono aspetti motivatori in classe di alunni di sedici-diciassette anni, che sono pur sempre adolescenti.

Allora vorrei che questo tipo di attività diventasse un po’ un punto di riferimento per chi non conosce queste tecniche, perché alle volte per risvegliare l’attenzione degli studenti basta davvero “prendersi cura” e “condividere”. E quindi inauguro qui una nuova rubrica, un “diario di scuola” che vorrei diventasse un po’ un punto di incontro per chi ama il confronto e vuol conoscere nuove strategie.

Gertrude Moskowitz

Non sarà una semplice traduzione delle tecniche utilizzate dal libro della Moskowitz; vorrei qui anche sottolineare le reazioni degli studenti, che sono sorprendenti e imprevedibili. Mi sembra anche un ottimo modo di rendere omaggio a Gertrude, scomparsa di recente (qui il necrologio) – mentre scrivo questo articolo, scopro che è successo l’11 settembre scorso. E mi sembra incredibile, perché il suo libro mi è arrivato pochi giorno dopo e mi ha letteralmente salvato durante i primi giorni di scuola (l’avevo ordinato in agosto dagli Stati Uniti).

A volte, usando queste tecniche, mi sono trovata a inventarne sul momento delle altre; ed è anche questo tipo di improvvisazione che vorrei arrivasse da queste mie pagine. Mi sembra che possa aderire al famoso “progetto di ricerca-azione” sbandierato nei nuovi concorsi di reclutamento di personale scolastico, in un modo personale e sentito, non pedissequo né eseguito in maniera meccanica.

Insegnare significa non solo avere un percorso culturale e un programma da effettuare ben preciso nella testa, ma aggiornarsi costantemente sul modo di trasmettere queste conoscenze. Un altro obiettivo che mi sto ponendo è quello di conoscere meglio e più a fondo il lavoro di Howard Gardner, creatore del modello delle intelligenze multiple, non specifico per l’insegnamento delle lingue ma da cui posso trarre numerosi spunti. Mi ripropongo di approfondire il suo lavoro, per ora studiato soltanto nei suoi caratteri più generali – e incontrato nella didattica per i più piccoli, attraverso il felice lavoro della scuola Giocomotiva, nella quale a novembre presenteremo il nostro Scacciapensieri e dove lo scorso anno abbiamo presentato Ninniamo, i nostri due volumi di poetry therapy – per poter avere nuovi stimoli e mettere a punto nuove tecniche che coinvolgano e mettano sempre più al centro lo studente.

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