La casa dei bambini: ti racconto la guerra, ti racconto le guerre

Michele Cocchi è psicoterapeuta dell’età infantile. Eppure nella sua scrittura non c’è nulla di psicoanalitico, rimane solo narrazione, puntuale e mai banale, narrazione che si fa letteratura. Rifletto da anni, lettura dopo lettura, sulla scrittura e sul suo valore letterario, su ciò che fa di un testo, un testo letterario. La mia personalissima e umile teoria è che sia il valore universale che risuona dalle pagine a rendere una storia non una semplice storia ma insegnamento, o meglio riflessione su un determinato evento.

Non è la semplice storia a essere letteratura, o almeno non solo la storia. La storia, la fabula è un mezzo di espressione di una riflessione universale. Talmente universale che dalle pagine di Cocchi, ad esempio, si intuisce soltanto che si sta narrando una vicenda ambientata durante la Seconda guerra mondiale, possibilmente nel contesto appenninico dal quale l’autore proviene. Che i protagonisti sono fascisti o comunisti, ma mai, in nessun momento, nel romanzo si nominano le due fazioni, che restano sempre oppressori e ribelli. Come a dire che quella è una storia di una guerra e di tutte le guerre. Di qui l’universalità.

Si diceva che è uno psicoterapeuta ma che non trapela dalle pagine dei suoi libri, e ciò è vero in parte, come dice lui, perché si “autocensura” per evitare di cadere nella prolissità, ma soprattutto, credo, perché per lui, nonostante la psicoterapia sia la professione principale e la scrittura un’attività non professionale, quest’ultima viene comunque prima del suo lavoro, già in ordine di tempo, e come importanza interiore. Ovviamente, l’osservazione dei comportamenti infantili gioca una parte importante nel processo di scrittura, ma non inficia la capacità narrativa e descrittiva di questa scrittura secca e mai ridondante.

L’altro aspetto che raccolgo, in questo libro, e che secondo me lo rende vera e propria letteratura, è il ritratto dei personaggi. Né buoni né cattivi, sbagliano o aiutano i più deboli, da una parte e dall’altra della barricata, indifferentemente, e tutto questo permette al lettore di empatizzare con tutti, perfino con quelli più ambigui – come Giuliano.

Era una guerra sporca, diceva Il Grigio. Li aveva messi tutti contro tutti.
“Sarebbe successo lo stesso”, disse Faina.
“Non è vero, non è detto.”
“Siamo diversi, un giorno o l’altro ci saremmo ammazzati comunque.”
“È quello che vogliono farti credere”, disse Il Grigio, “e tu ci caschi come un cretino.” Il Grigio parlava con calore, agitando le braccia. L’ideologia faceva leva sulla diversitò, una qualsiasi, spiegava, per attecchire.
“Tu hai studiato, fai discorsi complicati…”
Il Grigio si scaldò ulteriormente. “Non sono discorsi complicati”, disse. “È il potere, capisci? È semplice. Oggi ci dicono che io e te siamo diversi perché io sono nato qua e tu là. Domani ci diranno che siamo diversi perché sono diverse le cose in cui crediamo. Dopodomani perché io ho i capelli neri e tu rossi. Perché io sono mancino e tu destro. Capisci?”

Dino, Nuto, Sandro (non in quest’ordine) non raccontano la loro versione ma si lasciano raccontare da un narratore non sempre onnisciente, comunque mai giudicante, che ce li fa amare tutti in modo diverso. E che fino all’ultima pagina ci tiene con il fiato sospeso in merito a un destino che li lega sin dall’infanzia. L’infanzia, l’altra grande protagonista di questo affresco. L’amicizia, il dolore, le (poche) gioie vissute nella casa dei bambini, l’orfanotrofio da cui partono e al quale convergono i bambini poi diventati adulti del libro, sono tutti leganti che guideranno nel bene e nel male i personaggi in tutte le loro azioni, nel ricordo di chi c’è stato e non c’è più o sta per andarsene.

I ragazzi dell’ENAOLI di Rispescia, 1956 (Fondo fotografico Fratelli Gori, Grosseto)
Mio padre ha lavorato come tutor (si direbbe oggi) per qualche anno all’ENAOLI (Ente Nazionale per Assistenza agli Orfani dei Lavoratori Italiani), in diverse sedi (tra cui quella di Trieste, quella di Belluno e in Romagna). Era un orfanotrofio, di istituzione fascista, poi soppresso dai socialisti alla fine degli anni Settanta. Mi raccontava dei ragazzi e delle loro aspettative; lui era quasi coetaneo perché quando ci lavorava era molto giovane. In questo libro ho ritrovato un po’ di quei racconti.

Michele Cocchi, La casa dei bambini
Fandango Libri, Roma 2017
€ 15,00

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