il romanzo dei ritorni

È che io oggi sono andata, per la prima volta, nel paesino di mio nonno.

E c’è che il nonno è morto ormai sei anni fa, e a quest’ora avrebbe avuto la bella età di novantasei anni, come la cugina Pierina di cui sono andata al funerale, insieme a mia madre. Che poi anche novant’anni, o quasi, a cui il nonno è arrivato, sono un’età rispettabilissima, soprattutto se si sono vissuti anni di miseria incredibile, di morti infantili in famiglia, di fratelli morti giovani, di guerre e spedizioni in Russia, di emancipazione nell’arma dei carabinieri.

E poi niente, tu nipotina ignara di tutto passi un’intera vita a non sapere da dove viene lui, da dove gli è venuto sto pallino di entrare nell’arma, che tu nipotina ventottenne oggi non lo faresti nemmeno sotto tortura, e non tanto per motivi ideologici, quanto per viziataggine, probabilmente; vai in quel paesino, e senti che sotto tutta quella terra, quei sentieri oggi curati e puliti, i campi che questo periodo sono a riposo e che un tempo sono stati scavati ed accarezzati dai cugini del nonno, Pierino e Arturo, e ancora prima da Pasquin, che non era un cognome, ma il soprannome del cugino Pasquale, ecco dietro e sotto tutto quello che per noi è bello, bucolico, “naturale” e fecondo, un tempo era sinonimo di fatiche quotidiane, prolungate, di bruttezza – e sì, soprattutto le donne erano brutte, e ormai vecchie a trent’anni – di miseria.

Eppure di quella bruttura e quella miseria è rimasto poco, c’è un paese ordinato del nordest e della provincia trevigiana, c’è l’immigrazione rumena e la zona industriale in un angolo del paese, e poi i ricordi di Maria, eletta a mia memoria storica di quel ramo della famiglia di cui non è rimasto più nessuno, ci sono le foto di Lamon, dove oltre ai fagioli, proliferano i Forlin, come una colonia di apine operose che si sono spostate per un bel pezzo a Mansuè.

Quei Forlin da cui ho preso lo stampo, quello di donna veneta volitiva e piena di energie. Se mi chiedo da dove vengo io, è da questo posto che mi sembra di venire. Le contaminazioni ci sono – e chi non le riceve? – ma se penso a un luogo che mi rappresenti, penso a quel paesino. Man-su-è, come San Mansueto. Come una certezza nella mia precarietà, come un luogo che spiega altri luoghi e azioni, e rende logicità ad un’esistenza.

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