Il canto della pianura e le immagini del reale

Mi avevano parlato di Kent Haruf come della nuova Pastorale americana à la Philip Roth.
Ho un pregiudizio: quando tutti mi parlano bene di un libro tendo a diffidarne.

E in effetti, forse proprio perché tutti me ne parlavano bene, per le prime 80 pagine de Il canto della pianura ho un po’ faticato a dar confidenza a Kent Haruf. Un po’ per i capitoli dedicati ora a uno ora a un altro personaggio, un po’ per mio pregiudizio, facevo resistenza a entrare nelle storie narrate. Ma poi ho ceduto: Victoria, Guthrie, Ike e Bobby, i McPheron, Maggie Jones sono nomi diventati per me familiari e vicini.

La casa editrice italiana che la pubblica è nuova, ma fatta di persone che di editoria ne sanno e che ci lavorano da decenni. E la scelta di questo autore lo conferma: NN Editore non ha sbagliato a voler pubblicare i libri di Haruf. La veste grafica è deliziosa, il libro un profumo vivente di fogli e di colori tenui che aiutano il lettore a calarsi nelle atmosfere dell’autore statunitense.

Il traduttore dice nella nota finale che la scrittura di Haruf, in questo volume, è barocca e aggettivata, divergente da quella piana e secca degli altri libri (che io non ho ancora letto).

Probabilmente, dico probabilmente perché devo ancora leggere gli altri suoi libri, Haruf sapeva usare stili diversi in maniera sempre efficace. Certo è che in questo specifico caso, l’aggettivazione non è mai casuale: le descrizioni di azioni, ambienti, persone sono inserite ad arte nel periodare, in modo che il lettore si crei fotogrammi a volte desolati e disperanti, altri pieni di solitudine, altri ancora nei quali un elemento ridà voce alla speranza.

Un tempo mi dicevano che leggere è più bello che guardare un film, perché puoi inventare tu tutti i mondi che vuoi a partire dagli spunti che ti dà il libro: il Canto della pianura di Haruf è la dimostrazione lampante di questo assioma. E i fratelli Mc Pheron vivono ancora nella mia testa, vividi e reali come se li avessi conosciuti davvero.

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