il battesimo della bora

Cioè, se dopo un anno si torna a Trieste e si resta indenni alla prima bora, o vi chiamate Rambo, oppure vi siete fatti qualche macumba antinfluenzale. Ché, altrimenti si prende un raffreddore i cui starnuti sono in grado di controbattere alle raffiche di vento. Perché si sa, mica fa freddo, è il vento che fa percepire più freddo, ma appena te n’esci bella bardata come una cipolla (leggi, a strati), rischi l’insolazione e di svenire dal bollore – ci sono ancora, pur sempre, quei bei 26 gradi – poi tempo due minuti, ed eccola lì la bora, ti aspetta dietro l’angolo della strada, dove cominciano le rive e si fa sentire più forte.
Ma c’è da dire che la notte, accoccolati nel calore di un letto che non è nemmeno il mio, in attesa di una cuccia più stabile presso un avvocato triestino vecchia maniera – lui e la moglie potrebbero essere le cere di se stessi, al museo di Londra – l’urlo di quel vento malefico che fa parlare l’Italia di Trieste (come se questa esistesse solo quando c’è, sto maledetto vento), ti pare quasi rassicurante e le tue orecchie si fanno abbracciare da quella brezza violenta, e tu pensi che quasi quasi ti ci ritrovi bene in quel vento, in quell’equilibrio,
che ci lascia muti ad osservare i nostri errori

si pensa al festival dei mille occhi,

nuovi pezzi da scrivere ed un racconto per emozionare

oggi, domani, nel prossimo numero

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