I cento passi

(di Marco Tullio Giordana, 2000)

Pubblicato il 28 maggio 2007

di Anna Castellari

“Cento passi ci separano da casa nostra e da Tano. Cento passi!”. L’urlo di Peppino Impastato rimbomba nel vuoto pneumatico dell’aria stantia siciliana degli anni Settanta. Senza paura. Contro il boss dei boss dell’epoca, a Cinisi (Palermo): Don Gaetano Badalamenti, per gli amici (affiliati) Tano. Peppino Impastato non voleva cambiare il mondo. No, non voleva partecipare all’operazione “chiappe selvagge” portata avanti dai figli dei fiori dell’epoca, né andare ad abitare in una comune con loro. Voleva cambiare un mondo, il suo, quello di Cinisi. Ispirandosi al realismo-idealismo pasoliniano (e non a caso, in una commovente scena, la madre dell’Impastato legge alcuni versi dell’autore friulano), Peppino voleva gridare e portare avanti una battaglia ben precisa e ben delineata. Nessuna fantasia al potere, nessuna utopia: semplicemente, uno sradicamento di qualsivoglia forma mafiosa dal territorio siciliano.

Non c’è una grande indagine “filologica”, nel corso del film, dei traffici illeciti mafiosi della mafia degli anni Settanta: si tratta di qualcosa che non è assolutamente nelle intenzioni del regista. Non si vuole, sembra, disegnare un preciso profilo degli intrallazzi locali, né dare una spiegazione scientifica agli stessi. Un realismo che, probabilmente, manca: se Luigi Lo Cascio, nella sua ottima interpretazione, ricalca chiaramente la figura dell’intellettuale impegnato ma realista, serio ma ironico, cosciente dei problemi della classe media, manca un po’ di quell’indagine storico-politica che dia un pizzico di meno retorica al film. Per questo i personaggi, pur riuscitissimi nelle linee del loro carattere e del ruolo sociale, risultano un po’ stereotipati. Uno stereotipo, che, però, ha contribuito finalmente a smontare quello del mafioso hollywoodiano, che Giordana prende in giro attraverso la figura degli zii d’America dell’Impastato: perfino Don Tano li snobba. Preferendo il formaggio delle sue pecore alla preziosa cravatta del cugino d’America. Si sa, è del teatro e del cinema il personaggio stereotipato. Ma forse, in questo caso, si tratta più di archetipi, di nuovi stereotipi.

Le magistrali interpretazioni, in primis della madre di Peppino (Lucia Sardo), frutto di una carriera principalmente teatrale, rendono la facile retorica dell’opera un altissimo capolavoro di poesia e, sì, di ideologia. Ma di un’ideologia che fa sognare di cambiare un piccolo mondo, con benefici effetti anche per il resto di un’Italietta tesa sui suoi piccoli drammi quotidiani. In grado di far sognare anche le nuove generazioni, nell’urlo straziante di Janis Joplin e delle sue note in una notte di Summertime, tesa tra il sangue e l’insindacabile giudizio della Mafia, madre matrigna.

Articolo pubblicato su Cuntrastamu

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