Genève, donc je Suisse

ovvero: chi trova un Guadagno trova un cantone (francese)

Partire così, reduci da una sconfitta, in realtà non è altro che un calcio alle chiappe autoinflittomi per scuotermi dal mio torpore, per farmi scendere da questo tram che non mi porta da nessuna parte e che mi fa dire: fermate il mondo, voglio scendere.

Vado a trovare una persona che non vedo da tre anni, una delle tante splendide anime che animarono il mio fervore babeliano e che mi hanno aiutato nei momenti di difficoltà, acquisendo costui di diritto il titolo di sindacalista di fiducia. Vado perché ho voglia di aria fresca del nord, anche se non è che sia poi tanto nord qui un po’ più su di Milano, perché voglio vedere facce nuove e posti diversi. Vado, non so bene cosa troverò, non mi aspetto niente. Ginevra non è la Svizzera, ma d’altronde neanche Parigi è la Francia e una partenza al sapore del disincanto è quanto di meglio c’è per non rimanere delusi da un viaggio.

[Anche se mi mancano le partenze eccitate prima dell’Erasmus, prima della vacanza studio a Parigi, prima di qualsiasi viaggio mi mettessi in mente di fare e dove, soprattutto, partivo sola e con la prospettiva di costruirmi un mondo parallelo a quello che già lasciavo].

E infatti con queste premesse, Ginevra non delude. I want to swim in a lake of depression, rispondo a Janosch (potere di facebook che mi permette di scoprire come si scrive correttamente il suo nome…), turcoteteshko dall’aria sorridente che mi chiede perché mai sia venuta nella stagione delle nebbie a visitare la città. È che a me tutta questa melanconia piace, ci sguazzo come un pesce dentro l’acqua, tra un marché aux puces e una raclette immersi nelle nebbie da valpadana, io mi sento a mio agio.

Bellezza naturale innegabile, perfezione shfizzera (anche senza l’h, vah, ché siamo in cantone francese), città a misura d’uomo. Troppo perfetta. Ci sono perfino un sacco di cose da fare, che le danno un’aria metropolitana da gran città europea, tipo il brunch la domenica mattina, i club che organizzano concerti, consorzi di associazioni che creano certi pseudo centri sociali come ritrovi informali per i giovani; e non mancano nemmeno i momenti di suspense, tipo quando passeggiando in riva al lago ci s’imbatte in un carcerato in tuta arancione che corre ammanettato, qualcuno avvisa la police e passando, un ginevrino polemizza sulla chiamata alla polizia, dicendo che lui simpatizza per il fuggitivo, che non ha fiducia nella magistratura – che si faccia un giro in Italia, dove la magistratura è quanto ci resta di serio…

Tutto impeccabile, insomma, compreso il Monte Bianco a far da sfondo e a creare nomi stravaganti per le vie (Rue de Montbrillant, tanto per dirne una, si chiama così perché con il cielo terso da quella via si vede brillare il monte Bianco). La cattedrale gotica ha un’improbabile facciata neoclassica dalle colonne slanciate, che nulla hanno a che vedere con il resto.

La domenica passata a mangiucchiare torta al cioccolato fatta da Marina-Guru, mentre il Guadagno suona la chitarra sorprendendo i più con la sua voce e il samba.

Pensandoci bene, ci si potrebbe pure vivere discretamente in una città così. Gite al lago d’estate, passeggiate su pei monti oilàlà, cinemini, centrini socialini, brunchini. Il viso dolce di Irene che riflette con me sul farsi degli amici fuori dal contesto di lavoro, ma lei è studentessa e le riesce più facile pensarlo, mentre sotto la pioggia grondante ci asciughiamo le lacrime dei cielo digerendo minestre antistupro abbondantemente condite d’aglio. I cigni grigi ché son giovani, i cigni bianchi a sguazzare nel lago. Esteban, jeune garçon français qui veut tout faire et tout connaître, mi spiega che d’estate quel lago è il centro della vita diurna e notturna della città.

L’acqua par proprio essere centro di gravità permanente, perfino d’inverno quando, persa tra le nebbie, sembra galleggiare la Cité du Temps (eh, la Svizzera e i suoi orologi sempravanti).

Le confidenze inzuppate nella nebbia del mattino mentre raccogli le bacche dalle foglie e io annuso i fiori di nespolo, le polemiche sul mangiare o meno la crosta del parmigiano, che cosa vuol dire essere freak a Napoli, Pordenone e Ginevra, dove sei stato negli ultimi tempi quando non ti sentivo mai, vuoi un mandarino ché per la tosse ti fa bene, e poi fa Natale e noi con gli spicchi ci facciamo le roselline. Dire no quando è necessario, dire sì quando è davvero sì.

Ginevra e le perdite: perdo cinque euro nel cambio dal franco all’euro, perdo il tappo della mia preziosa penna, perdo una bottiglia, perdo un pacchetto di cammelliblù: ma che ci vuoi fare. È l’anno della perdita. Perdo anche la testa, ma nel 2010 la ritrovo. Vi farò sapere.

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