E quindi, Berlino – The day after the end

Quindi a Berlino ci sono stata, ci ho vissuto due settimane, che per capire come funzionano le cose in un posto sono poche ma neanche troppo, ché già non si fa più vita da turista dopo cinque giorni. E infatti mi è capitato di andare ad una festa d’addio di un amico della mia dolce ospite Fiammetta, che di turistico aveva poco o niente. Era una di quelle feste che sembrano uscite direttamente dallo stereotipo di Tu vuo’ fa’ l’americano, mericano, mericano, ma sei nato in Italì, con tanto di cantante lirica giappa che quando faceva vibrare l’ugola sembrava che si rompessero i vetri da un secondo all’altro, con l’ex preside di scuola interpreti, invitato alla festa, che ci ha riconosciuto immediatamente e ha voluto sapere tutto delle nostre vite, raccontandoci della sua vita tra Trieste, Berlino e l’Inghilterra. Con la Rettore a spingerci al taglio delle vene e la Carrà a far l’amore da Trieste in giù: pare che gli italiani all’estero abbiano un estremo bisogno di trash per riconoscere la propria italianità – anche in un’altra festa con molti italiani c’era questo genere di chicche che in patria di solito aborriamo.

Comunque, tornando a Berlino. Berlino è a basso impatto ecologico. Non spreca riscaldamento, le case della DDR sono ben isolate e pure quelle di Berlino ovest, non si butta il sale sul ghiaccio per non inquinare le falde acquifere – altro che Lambro. Non si butta al vento l’elettricità come si fa a Parigi accendendo la Torre Eiffel ogni ora, ché tanto ci son le centrali nucleari. Berlino non è bella come Parigi, non ha lo stesso charme nobile che ha la capitale francese anche nei quartieri più squallidi. Berlino sa essere spigolosa, maestosa da far paura, e infatti i primi giorni ne ho avuto un po’ paura. C’è anche da dire che la neve per una settimana non dava tregua, e faticavo ad alzare gli occhi dal ghiaccio a terra senza congelarmi il naso, né vedevo chissà che bene il paesaggio circostante. La sera della festa, per dire, eravamo dietro Alexanderplatz, ma era difficile accorgersene. Fiocchi di neve a velare le ciglia diversamente finte, ovvero ritoccate con quintali di mascara per rendersi appropriati all’ambiente, che poi alla fine era un ambiente tranquillone dove tutti si conoscevano, e anch’io da esterna conoscevo qualcuno, ché el mundo es un pañuelo e ormai alla mia veneranda età non mi stupisco più di niente.

Insomma ho dovuto un po’ far amicizia con la città, spigolosa e troppo monumentale per i miei gusti di ragazza di campagna, e taaaac! dopo un paio di settimane ho cominciato a goderne sul serio. Sì sì, si tratta proprio di godimento fisico: perdersi per le strade senza sapere dove andrai a finire, se sarà un quartiere malfamato o di fronte all’ennesimo squatter con i disegni, cessò, di Banksy, tanto per dirne uno (di cui nemmeno si conosce la faccia, eh), o in uno dei cinema dove aveva luogo la Berlinale, dove ho visto l’ultimo deludente film di Soldini che ho ben pensato di recensire. Gozzovigliavo nei pomeriggi prima affidandomi alla metropolitana, U-Bahn, scendendo giusto davanti ai posti dove dovevo recarmi per paura di perdermi neanche fossi stata il sergente nella neve. Poi pian piano ho cominciato a capirci qualcosa di quei nomi lungherrimi di cui i crucchi sono specialisti, ché quasi quasi è divertente inventarsi parole composte con tante parole e declinate. E allora ho anche osato prendere qualche tram, qualche bus.

E quindi sono approdata un pomeriggio di neve al Judaishe Museum. Sarò impopolare, ma tutta quest’autocelebrazione dell’ebraicità mi è sembrata eccessiva. Ti fregano però, con i larghi sorrisi e le spiegazioni, e poi tutti quegli aggeggi interattivi, didattici. Ma va bene la Shoah, va bene sapere cos’è stato l’Olocausto, ma la strategia del piangiamoci addosso e del quantosiamofighilosappiamosolonoi, con la celebrazione delle celebrità di religione ebraica da Marx ad Anna Franck non è altro che pane per i denti degli antisemiti. È pericoloso fare queste affermazioni in una pubblica piazza qual è il blog, lo so: ma il Museo della Cultura Ebraica di Berlino è la chiara esemplificazione di una pulizia di coscienza da parte dei tedeschi e di eccessiva autocelebrazione e autocommiserazione da parte della comunità ebraica. Diamoci un taglio. Detto questo, è vero che l’esilio è un giardino pericoloso, fate attenzione quando ci camminate, come recitava un cartello che precedeva l’ingresso al giardino dell’esilio, giardino in cui non ho messo piede per avverse condizioni meteo.

E dunque, il Muro. Ma cos’è cosa non è questo muro, lo sappiamo tutti bene, allo sfinimento. Ho netti ricordi di quel giorno di novembre dell’89, andavo in terza elementare e cominciavo ad acquisire una scrittura spigolosa e meno morbida che in seconda elementare, forse più adulta. Ricordo tutto: la caduta, la riunificazione della Germania, e fin qui ero parecchio stupita, perché fino a quel momento nemmeno sapevo che un muro ci fosse. Poi però gli eventi successivi sono stati violenti ma prevedibili (o forse è il senno di poi che me lo fa credere): la caduta di Ceausescu in Romania, di cui mi ricordo il processo in un freddo tribunale in cui lo condannarono a morte, lui e la moglie seduti dietro un tavolo marrone con i montoni addosso e lui a toccarle una mano per consolarla; le guerre nell’ex Jugoslavia con tutte le vicende che ne sono seguite, compresa Srebrenica. Tutte vicende di cui sentiamo l’eco ancora oggi. E così vado, vent’anni dopo, al Martin Gropius Bau, un museo dove si tengono mostre temporanee di fotografia. Ma prima faccio tappa lì di fronte. Neve, neve, e ancora neve, ma il muro c’è. Ci saranno cento metri in tutto, ma una parte di esso, meno famosa dell’East Side Gallery, corre da quel lato. E fa impressione, perché sarà spesso trenta centimetri e sembra un innocuo muro di cinta: ma ha visto chissà quali storie, chissà quanti tentativi di fuga. Riaffiorano nella mia mente ricordi che si barcamenano in modo del tutto naturale tra il pubblico e il privato. Quando un pezzo di storia rimane intatto per tanto tempo nella vita di una persona, e quando quella persona prende coscienza che il mondo in cui vive oggi è diretta conseguenza di quel concatenarsi di eventi, seppure lontani nello spazio tempo, ci si sente come davvero parte di un tutto, manco stessimo parlando di una religione hindu in cui il dio pacioccone e cicciotto è un dio di cui facciamo parte tutti, dal più povero sans papiers al più ricco degli imprenditori, dall’intellettuale di sinistra al cattolico militante di destra. La cosa dà i brividi, e non si tratta solo del ghiaccio e della neve.

Poi qualche giorno dopo, decido di visitare l’East Side Gallery. Ormai i disegni originali del ’90 si sono rovinati, sono stati sostituiti da quelli che i writer hanno fatto per il ventennale dello scorso novembre. Dopo una lunga camminata immersa nei pensieri tra la storia, l’infanzia e l’età adulta, viro oltre il fiume e scopro finalmente il vero Kreuzberg. Artistico e democratico, pieno di bar spumeggianti e kitsh, o lounge e minimal, o rétro e intellettuali. Pieno di gallerie. Un ex ospedale adibito a centro culturale, dove vedo la mostra collettiva in cui è esposta anche la videoinstallazione di Juan, un collega di lavoro di Fiammetta che ha reso omaggio all’esagerato affetto di Mickey Rourke per il suo chihuahua. Leggo nella guida che l’ospedale si era anche trasformato, per un periodo, in squatter, e che gli abitanti di Kreuzberg simpatizzarono per gli occupanti. Succede solo nelle metropoli.

Poi, e questo succede raramente nelle metropoli, ogni sera non avevo che l’imbarazzo della scelta. Di cose da fare ce ne sono in tanti posti, le possibilità per farle sono uniche a Berlino. Le distanze non scoraggiano, i mezzi funzionano costantemente, mal che vada si raggiungono alcuni dei posti più lontani in quaranta minuti di notte, mezz’ora di giorno. Ho dato spettacolo, naturalmente: sigarette in cambio di balletti, un baratto niente male che ha dato i suoi frutti. Anche uscire per prendere la metro, a meno sette gradi, per me ormai è un gioco da ragazzi. Un antidoto alla pigrizia unico, che qualche viziato cittadino dei villaggetti italiani dovrebbe prendere per combattere la pigrizia del prendo-l’auto-che-poi-non-ho-cazzi-di-farmela-a-piedi. Una puntatina a Intersoup per una birra con concertino prima di andare a letto, vicino alla chiesa che protesse i dissidenti del regime socialista vicino a Schonhauser Allee, e vicino a una piazza in cui il nome è tipo Piazza dei Getsemani. Incontro con italiani e tedeschi e canadesi e indiani cervelloni venuti da lontano per i motivi più svariati. Sognare di rimanere in quel paradiso per trentenni, magari un pied-à-terre nel Marais di Berlino che è Kreuzberg, magari imparare il tedesco, magari familiarizzare con il freddo, magari riamare il caldo come quando stavo in Francia e tornare in Italia al caldo rassicurante estivo era un regalo bellissimo. Magari non avere la faccia da disadattata davanti a mio padre che mi chiede “vorresti andarci a vivere?” cogliendo al volo il mio entusiasmo. Ma intanto la stagione dei viaggi viene e va. E non è ancora finita.

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