Due fatti

Non abbiamo fatto a tempo a metabolizzare il dramma delle ragazze morte a causa dell’incidente d’autobus ieri in Spagna, che stamattina la cronaca ci riporta dell’attentato Isis a Bruxelles.

C’è stato un tempo in cui questi confini parevano invalicabili. Forse io un po’ lo confondo con il tempo della mia infanzia, quando già arrivare a Trieste o a Venezia mi sembrava un viaggio, specie con genitori stanziali come i miei. Quel tempo è stato annullato in modo brusco e, allora mi pareva, coraggioso, con i miei viaggi, che volutamente intraprendevo da sola: una vacanza studio, un erasmus, un soggiorno di un anno all’estero. Volevo uscire, avevo fame di conoscere, volevo sprovincializzarmi. Volevo, forse, anche un po’ fuggire, azzerare tutto.

Volevo tutto, e potevo averlo. E forse ho provato l’ebbrezza di chi tra i primi ha potuto, almeno nella mia famiglia.

Oggi dopo tutto questo, Facebook ci avvisa delle persone incontrate sulla nostra strada, che vivono nelle regioni degli attentati, e con apprensione mi chiedo se stanno bene, e quante persone ho incontrato ma non riesco ad avere loro notizie. Di colpo si fanno, di nuovo, più vicine.

La bambina con gli occhi sbarrati di fronte alle immagini della caduta del muro di Berlino, che vedeva la mano di Ceaușescu toccare quella della moglie quando venne condannato a morte, non credeva che il mondo, quel mondo, sarebbe diventato così vicino e tangibile, una volta cresciuta.

Si chiama empatia, si chiama vicinanza, umanità, ed è stata possibile solo uscendo dal guscio. Ridimensiona il mio quotidiano e fa sembrare tutto piccolo e vulnerabile.

Sogno il giorno in cui questa umanità e questa vicinanza esplodano come le bombe di un attentato, si diffondano come un virus, e contagino tutti.

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