Distanze, perle e cose lasciate indietro. Un post scritto a pezzi

Quando ero ragazza, cioè non molto tempo fa – e non mi dite che a trentadue anni sono ancora una ragazzina, perché non è più così (e lo dico serenamente) – vivevo in una città sul mare, bellissima e luminosa come una perla in fondo all’acqua, ma addormentata e lenta, che a qualcuno potrebbe ricordare alcuni paesaggi di Miyazaki alla Ponyo sulla scogliera. Avevo milioni di amici, o almeno così pensavo, ritenendo “amico” chiunque si avvicinasse alla mia portata, scambiasse con me sorrisi e battute, facesse insieme a me il bagno di notte, e così via.

Di quei tempi spensierati e pieni di persone mi è rimasto certamente moltissimo, una traccia indelebile che non voglio cancellare, perché dai pregi e dai difetti della gente di quella città ho imparato moltissimo, perché io stessa ho commesso tanti sbagli e sono cresciuta, perché ho trovato e perso alcune persone che però ritornano a volte, senza avvisarmi, nei miei sogni e nei pensieri.

Lo scorso fine settimana ci sono ritornata per un matrimonio, in quella città lucente e addormentata, l’ho vista appena, solo per un pezzettino, mi sono resa conto che il terrificante quartiere di Melara, tremenda “cittadina” anni settanta costruita per rimanere un’isola autonoma nella città, non è affatto distante da uno dei quartieri più belli della città, San Luigi, e ho rivalutato in questo modo il senso delle distanze.

Ma il cosiddetto “senso delle distanze” è stato rimesso in discussione dalla scelta degli sposi di portarci a cento chilometri di distanza per il pranzo. Ammetto che mi è costato, in termini psicologici, macinare tutta quella strada in un solo giorno: Pordenone-Trieste, Trieste-Udine e di nuovo Udine-Pordenone. Ho percepito con chiarezza quanto le distanze siano opinabili per ognuno di noi, quanto esse siano labili e quanto, se solo vogliamo, possiamo riempirci di tante e tante cose, senza perdere la curiosità per ciò che è bello nonostante la stanchezza dei viaggi.

Ho rivisto persone che un po’ mi mancano, ma neanche troppo. Facevano parte di quella geografia umana che popolava le mie serate di studentessa prima, e di lavoratrice poi. Un po’ mi sono ricordata perché ho avuto voglia di andarmene: per non rimanere ancorata a un ruolo, per non essere costantemente “quella che rompeva i piatti”, o “quella che non sa bene quello che vuole”, o ancora “quella che fa cose e vede gente”. Questa cosa dei cliché – spesso in negativo, ma non solo: certe volte torno a casa dei miei, e le persone che incontro mi guardano come una marziana, o peggio ancora come un genio, se parlo del lavoro che faccio a Milano – è un bel motivo, alle volte, per andarsene.

Poi penso alle persone che ho lasciato, che sono ancora nel mio cuore ma che non riesco a tenere nel presente, come sogni dolci di quando eravamo piccoli, che ci ricordiamo ancora e rimpiangiamo, ma non sono più con noi. La traccia della loro presenza nella mia vita è viva e a volte ne sento ancora le conseguenze.

Per esempio. Stasera ho (ri)visto Hable con ella, e rivederlo mi ha ricordato tante cose, che sono anche nei temi del film. Come incidono su di noi certe presenze, perfino nefaste agli occhi degli altri ma che, ne sono certa, in un certo senso influiscono positivamente su di me. Persone dal fondo oscuro, di cui ho avuto paura e da cui, magari, mi sono allontanata – o che si sono allontanate da me. Ma che, malgrado ciò, ricordo come personalità profonde e intelligenti, dallo sguardo preciso e netto, dall’istinto e dall’intuito quasi irritantemente infallibili, che però ti mostrano come a volte le piccolezze umane sono facilmente riconoscibili, prevedibili. E che ciò che invece vale, non solo su un piano estetico, ma anche etico, possiamo allenarci a trovarlo. Come in una gara di orienteering, come in una fiaba di cui siamo protagonisti.

4 Risposte a “Distanze, perle e cose lasciate indietro. Un post scritto a pezzi”

  1. Cara Anna, è sempre più raro oggi, commentare in un blog, perché farlo poi, e più facile spammare repliche in battute nei social… vabbè.. qui parli di distanze, geografie emotive.. per me sono l’essenza della mia visione di urbanistica, un urbanistica dei sentimenti. Sentirti parlare/scrivere mi piace. E poi prendi le distanze da te.. per rivederti da altri orizzonti e ti lascio con una battuta da film: ‘stai crescendo piccola!’.. anche se ti diverti ancora con foglietti, carta e colla! (un abbraccio)

    1. Grazie Marco, amo leggere i commenti qui, invece che spammati nei social, forse perché in fondo sono nostalgica di quel web più lento e meno nevrotico dell’era dei blog. La battuta da film, dopo la citazione di un film, ci sta tutta. E credo che crescere sia anche essere bambini con fogli, forbici e coccoina. Un abbraccio a te!

  2. Ciao Anna, ho appena finito di leggere il tuo bel post. Non riesco a identificarti, però, perché qui non mi appare il tuo volto… simpatica assai, comunque, la congiuntura che ci ha fatto ritrovare sul blog!… come fai a conoscere Milo? Sei amica di Simo?
    A presto!

    1. Ciao Adriana! Conosco Simona, Dome e Milo, tutta la family, insomma! Eravamo proprio dirimpettaie al tavolo del Bellezza, io lavoro in De Agostini… spero di reincrociarti presto 🙂

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