Io cammino da sola. Ma vi porto con me: Alessandra Beltrame

Raramente mi capita di prendere un libro e divorarlo in così poco tempo. Con Alessandra Beltrame è successo. Ero partita un po’ scettica. Tra me e me pensavo: “Ecco la solita donna in carriera stanca della vita cittadina che decide improvvisamente di licenziarsi dal suo lavoro di giornalista, complice la crisi economica, e di votarsi alla vita bucolica. Facile fare così quando non si ha memoria della vita di campagna, quella vera.” Il mio snobismo verso tutto questo è stato decisamente soppiantato dalla fascinazione verso la sua scrittura. Ma anche dal fatto che, tutto sommato, Alessandra ha saputo nei suoi viaggi – così emerge dalla sua narrazione – rendersi umile e imparare le storie di chi la campagna la vive ancora oggi, sapendo che anche le condizioni meteorologiche avverse fanno fatalmente parte della vita, e che bisogna accettarle.

Ammetto anche un’altra cosa: siccome Alessandra ha preso parte ad alcune escursioni organizzate dai Rolling Claps, un gruppo di camminatori del Friuli di cui fa parte Luigi Nacci, editor di questo libro, temevo che si sentisse la voce di Nacci, e che sarebbe diventata un’eco, un’emanazione della sua personalità. E invece questo rischio è scongiurato. La voce di Alessandra si sente, forte e chiara, e anche se molte delle condizioni che descrive sono comuni a quelle di tutti i camminatori e quindi anche a Nacci, ciò che si delinea non è tanto una personalità, quanto un approccio filosofico al cammino e, in ultima analisi, alla vita.

Mi è stata necessaria la fine della scuola, per iniziare a leggere questo libro, e la fine di varie incombenze lavorative editoriali che mi hanno succhiato le giornate, prosciugato, resa uno zombie che corre su quattro ruote – ahimè: preferirei di gran lunga camminare per andare al lavoro, usare i mezzi, ma al momento mi è impossibile; e lavoro in posti ad alta densità di cemento, anche se circondati da verde, e faccio la tangenziale ogni giorno per arrivarci, un tipo di vita che speravo di non essere costretta a fare, ma tant’è. Mi è servito uscire da certe dinamiche studente-insegnante per poter ritornare sulla mia strada, camminando serena tra i sentieri della letteratura e ritornando “in me”, in me che sono stata anche io bambina, alunna, cresciuta in una campagna molto simile a quella di cui parla Alessandra. Anche io una volta ho incontrato i gelsi, ero in Svizzera, sul lago di Ginevra. E me ne ero stupita, perché sono alberi dal corpo pesante e dai rami sottilissimi, certamente non belli e ben poco decorativi, rari in un contesto lacustre; simili a creature nere che si stagliano sulla pianura della mia regione e che difficilmente si ritrovano altrove. Guardandoli lì, sulle rive del lago, mi ero quasi commossa.

Ho incontrato i gelsi, nei piccoli giardini di Acquapendente, nella casa accogliente dove ho sostato a Centeno. I gelsi di casa mia. Quelli che un tempo nutrivano i bachi da seta. Quelli che ho visto nelle filande da bambina. Lavoro di donne. Il mestiere è scomparso, i gelsi restano a bordare i campi arati, tozzi corpi antropomorfi messi in fila a fare coreografia a beneficio dei pittori, pugni rivolti al cielo per imprecare impotenti contro l’ultima catastrofe, pronti per quella futura.  […] Quel gelso, quei gelsi mi ricordano l’infanzia. È un passato che porto nei piedi, un tempo diverso che non è più qui, che non permane, che aveva un altro sapore e odore. E io qui, davanti a questi gelsi, mi struggo di nostalgia.

E ancora, altri paesaggi e suggestioni della terra da cui proveniamo entrambe, ricordando alcuni illustri abitanti di queste terre.

Pasolini ha scritto pagine meravigliose sulla terra friulana. Sulla sua luce. Il Friuli, soprattutto d’inverno, è ostaggio del tempo. Se piove, diventa grigio e malinconico, i colori si appiattiscono, i contorni si confondono. Se brilla il sole, invece è tutto un luzôr. Un luccicare di brina, di canali irrigui ghiacciati, di corsi d’acqua che intrecciano trame d’argento. I cieli di Tiepolo, blu e rosa.

Viaggiamo con l’autrice. Il diario del viaggio parte gradualmente, mescolando ricordi d’infanzia, di giovinezza e d’età adulta. Il realismo con cui l’autrice racconta delle fasi della sua vita è straziante; e queste fasi la portano a una vita fatta di agi e comodità cittadine delle quali però non riesce a godere totalmente, a causa dell’atavica “mancanza di tempo” cui ci costringono i ritmi dell’urbanizzazione. Ecco come si fa strada l’esigenza del cammino, pian piano.

Ho ritrovato me stessa in molte considerazione su questa vita, e mi sono sentita punta sul vivo; forse pronta a partire anche io per un viaggio a piedi? Non lo so, forse non ancora. Ma per tante cose mi sono sentita molto affine al suo spirito. Come quando racconta del fatto che i camminatori abbiano più a cuore il “come stai” del “cosa fai” (nella vita). In città la prima domanda che ti fanno (e specialmente a Milano) è “che lavoro fai?”, come se il concetto di lavoro bastasse da solo a definire una persona. Come scrivevo qui sopra, per affrontare questo libro mi è stato necessario uscire dal ruolo dell’insegnante, dal mio lavoro appena terminato per poter tornare a essere me stessa: la ragazza che ha fame di storie, che le cerca ovunque – e magari le aveva sotto gli occhi, come la storia di Sara che è andata dal suo paese d’origine a Trieste dove adesso vive e lavora, e lo ha fatto a piedi ispirando anche il viaggio in solitaria dell’autrice di questo libro: quello che è diventato il suo titolo.

Alessandra Beltrame, Io cammino da sola
Ediciclo, Portogruaro 2017
€ 14,50

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