Al giardino ancora non l’ho detto:
una medicina narrativa?

Per qualche caso fortuito della vita – ma forse si tratta di una ricerca che sto portando avanti volontariamente e che mi conduce non fortuitamente a un certo tipo di letteratura – mi è stato suggerito un libro da una mia nuova amica, anche lei portata da un altro libro, curato da me e dal gruppo Mille Gru, dal tema attinente a quello che sto per raccontare. (È incredibile come nella mia vita i libri generino connessioni: tra autore e me lettrice, tra lettori e me curatrice. Ma questo è un capitolo a parte).

Martina, con cui condivido pranzi, libri e pomeriggi in cui il tempo sembra infinito, dal sapore liceale (manca che ci mettiamo a fare assieme la versione di greco guardando MTV, e il salto nel passato è completo) mi ha consigliato Al giardino ancora non l’ho detto, che ho ordinato assieme ad altri volumi che volevo leggere da un po’. Sono stata attratta dal titolo poetico – e infatti è la traduzione di un verso di Emily Dickinson – e soprattutto dalla copertina, una delicata illustrazione verde acqua con due protagonisti alati (presente quando dicono “non giudicare un libro dalla copertina”? Per me, salvo rarissime eccezioni, è invece prassi farlo).

Ma anche il tema è decisamente nelle mie corde. Per me il giardino – anche se chiamarlo giardino è esagerato, si tratta di un terrazzino con alcune piante, che cominciano a darmi la sensazione di essere curate solo oggi dopo un anno e mezzo da quando ci sono arrivata –non è esibire le mie piantine alle amiche, non è solo la bellezza che si materializza sul terriccio, non è solo leggere consigli su blog di giardinaggio che sono il corrispettivo web e verde delle riviste patinate per donne. È un luogo spirituale, un posto dove mi sento parte delle microscopiche sorti di un microcosmo in cui sentirmi a mio agio. Anche se sono circondata da una selva di cemento punteggiata qui e là da terrazzi verdi e da alberi, che sono dunque in minoranza, prendermi cura di quei pochi metri quadrati mi dà la sensazione di dare vita. Pera, con cui sentiamo un’empatia quasi subito grazie al suo flusso di coscienza attraversato da citazioni, visioni e letture, accetta che quel giardino non possa più essere modellato da lei a causa della sua malattia, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, accetta di essere lei il giardino di se stessa, di dover dare priorità al proprio corpo piuttosto che alle proprie piante.

È un libro dalla consapevolezza luminosa della propria impossibilità di curare l’altro da sé, con riflessioni argute e lucide sulla vita e sulla morte. La scrittura, in Pera, fa da contraltare a quella impossibilità. È una medicina. Una medicina narrativa? Raccontarsi aiuta a guarire? A guarire dal dolore della propria chiusura nel dolore fisico, certamente. E se la somministrazione di poesia e di narrazioni può far sentire i malati meno soli, anche la scrittura cosiddetta “medicina narrativa”, vera e propria branchia delle terapie palliative oggi in uso anche negli ospedali assolve a questa funzione.

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