Al-Annaluz, riprendendo il volo dalla Spagna alla capitale

E quindi, otra vez Granada. Luisa mi accoglie con il consueto calore e il suo sorriso pieno di luce, lo sguardo di una donna che conobbi ragazzina e che vedo diverso e identico ogni volta. Mi viene a prendere alla stazione dei bus, mi porta nella sua nuova casetta, mi mostra il suo nido e il suo perrito Banbú, il cagnolino più piagnucolone della storia dei cuccioli, mi inzuppa le sue confidenze nel the, ormai un rito per me viaggiatrice che vive le vite degli altri con una costanza di gitana. Mi porta a cena a Monachil, rivedo papà Juan, che vive in una casetta in muratura vicina alla collina che per le piogge continue rischia il crollo, il cane Bonbon, il bar dove il giovedì sera  ognuno si porta qualcosa da mangiare e si comparte la comida, un rito che avevo visto solamente in una trattoria d’altri tempi a Parigi, il Limonaire. Solita sequela di birrette Alhambra, vini della casa, carne alla brace, zuppa francese buonerrima, chiacchiere, le solite domande sull’Italia — ¿cómo conseguis aguantar a un primer ministro como Berlusconi? — e un’atmosfera che mi ricorda che potrei vivere lì tutta una vita senza nemmeno rendermi conto che sono straniera, e che mi fa chiedere macosacifaccioioinitalia. Pensare che il giorno dopo devo ripartire, e non ho nemmeno rivisto Lola, mamma di Luisa, non sono riuscita ad andare al pranzo della domenica a cui mi aveva invitato, mi si stringe il cuore. Nel frattempo muore Miguel Delibes. E mi riprometto di leggerlo, appena tornata.

Mal di testa colossale al risveglio, ça va sans dire. Ibuprofene che mi riporta in vita dopo la colazione, e poi via a Jaén, all’università, dove Luisa è insegnante di francese e le faccio per un giorno un po’ da assistente (come studentessa erasmus ormai non risulto più molto credibile), il corso è di francese turistico. Mi diverte tornare a insegnare. Torniamo a Granada. Gli ulivi che si vedono in autostrada, milioni di ulivi, rischiano la bulimia d’acqua. Non ha smesso di piovere, da dicembre, in Andalusia. Ma da quando sono arrivata, sembra che il sole si sia deciso a uscire. Caldo non è, ma dopo le temperature polari di Trst e di Venezia mi sembra un lusso mangiare tapas e bere cerveza al sole. Solito posto, come non l’avessi mai lasciato. Solita movida. Granada è una città dove per un certo periodo si può vivere splendidamente – da studenti – ma che dopo un certo periodo sembra sempre uguale a se stessa, salvo che cambiano le facce degli erasmus che qui giungono a frotte.

Mi si spezza il cuore a lasciare Luisa, ma alle sei e mezza devo andare a Siviglia. Ritorno alla Babel Academia, ritorno a Cafebabel, ritorno a vedere le persone che più hanno influenzato la mia vita lavorativa e non negli ultimi cinque anni. Che, detto per inciso, sono persone speciali. Fernando, Eduardo, Ana, i miei sivigliani preferiti, mi accolgono con un calore fraterno che compensa il vento freddo che soffia di questi tempi. Nonostante ai vertici non ci sia nessuno di speciale, e anzi dei lupi che vorrebbero mangiarsi il malcapitato di turno per i propri interessi, le persone che ruotano intorno a un progetto così illuminato e libero da ogni pregiudizio, indipendente da ogni partito politico, sono davvero piene di risorse, di umanità. E anche quelle nuove, che non avevo ancora conosciuto, hanno idee e entusiasmo, umanità e sorrisi in ogni dove. Nonostante una situazione associativa non proprio rose e fiori. Sabato inizia il seminario.

Siamo in un palazzo che da fuori non sembra il massimo ma che nasconde un patio andaluz. Le cose belle sono nascoste. Le arance sono belle ma troppo amare da mangiare, in compenso tra un paio di mesi i fiori ubriacheranno l’odorato meno sensibile – e la nonna di Luisa, una volta mi raccontò, metteva gli azahares, i fiori d’arancia, tra i seni per profumarseli: proprio come in Persepolis diceva la nonna della protagonista. Qui è un po’ oriente pur essendo più occidente dell’Italia. Concetti, quelli di oriente e occidente, su cui si è discusso nei giorni successivi a Siviglia. Occidente  e oriente non tanto geografici, quanto culturali. La luce è indimenticabile. Forse assomiglia a quella luce che si vede anche al sud Italia. Sono anni che la vedo, de vez en cuando, ma ogni volta mi sembra di toccare quei colori, come un cuscino di nuvole e blu che non chiede altro che avvolgerti morbidamente i capelli.

Il mio animo curioso non può fare a meno di accettare l’invito di Clara, nuova leva sevillana di cafebabel, ad andare il lunedì a un laboratorio di giornalismo radiofonico per immigranti, Dialogue. È una scoperta vedere finalmente da vicino i sud americani che vivono in Spagna, che reclamano diritti, che vengono discriminati, meno distanti di molti altri immigranti per il semplice fatto che la lingua parlata è la stessa. Ed è terribile scoprire che a Huelva, la capitale per eccellenza dell’agricoltura spagnola, quelle fragole che compriamo al supermercato già in aprile, anche in Italia, vengono raccolte da immigranti pagati e sfruttati come schiavi: un po’ quello che avviene in Italia, Rosarno docet, ma che è comune in molti luoghi, a quanto sembra.

La partenza dall’Andalusia — eppure so che ci tornerò, chissà cosa me lo fa pensare, presto — è prevista per il 17 marzo. Prendo il volo, volo nella capitale,  la città da cui lei era stata adottata, proprio il giorno in cui lei ha deciso di lasciare tutto. Ritrovo Gianca e Annalisa, che non vedevo da due anni, ritrovo le confidenze con lei, ritrovo il suo nuovo nido che si è costruita nella capitale, incasinatissima, che mi fa soffrire di agorafobia. Ritrovo amici comuni: i Cuntrastamu, ed Eleonora, in particolare, ritrovo risate e voglia e fame di vita, alla Casa Internazionale delle Femmine, penso che così lei in quelle risate viva ancora. Ha deciso di lasciarci, forse senza pensare alle conseguenze delle sue azioni, e io per questo non riesco a non essere in collera. Ma dall’orrore e dal freddo dentro e dal brivido che sento ogni volta che ci penso, almeno una volta al giorno, mi viene però un calore di ritorno, una speranza, una forza che sapeva solo lei trasmettere a chi le stava accanto, anche per cinque minuti, cinque ore, cinque giorni. È quella forza che forse non riusciva a dare a se stessa, ma che ci ha lasciato in eredità. Il suo palpito rivive ogni minuto, nella biblioteca che le hanno dedicato, nelle righe che ha scritto e che di tanto in tanto rileggo, nei progetti editoriali in cui ha creduto e in cui oggi anch’io credo. Se ti vedessi, ti direi: che cumminasti, come ti ha scritto qualche giorno dopo un tuo amico di Trapani, come mi ha ricordato Lele-Babobab, e forse ti prenderei a sberle. Ma ad amarti di meno non ci riesco proprio.

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