11-eme (da leggersi ontze eme) – Fatalitààà

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Fatalitààà, parola che implica una mia breve (non tanto) ma intensa presenza nella Serenissima terra di Tessera, mi sono ritrovata in volo vueling ad attendere che partissimo, per tre ore, rinchiusi nell’aereo. Fatalitààà, il volo è finalmente giunto a destinazione Madrid alle ore ventuno, anziché alle diciassette, del giorno 10 marzo, causa tormenta siberiana in quel del nordest italiano, un inverno che sembrava essere finito e invece. In altri tempi avrei preso l’autobus notturno Madrid Granada, che mi conducesse nella deliziosa cittadina andalusa dove millenni fa feci l’erasmus con partenza all’una e arrivo alle sei di mattina. In altri tempi, cioè solo due anni fa. Ma ormai mi avvio fatalmente (sic!) verso la trentina e già mi figuro con mal di stomaco conseguenza di nottata-senza-dormire-in-autobus e decido di fermarmi a Madrid. Fatalitààà, nessuno mi ha risposto per ospitarmi e così me ne sono andata in un hostal che mi ha consigliato la mia guida spirituale, Ana. E fatalitààà, l’hostal supereconomico – 25 euro per una stanza tutta per me – si trova proprio vicino ad Atocha, fatalitààà si chiama Hostal Atocha.

E voi direte, e chissenefrega. Eh no, perché ogni tanto si passa vicini alla Storia, e la Storia è che l’11 marzo del 2004 ad Atocha i terroristi islamici hanno lanciato una bomba che a noi italiani ricorda quella dell’agosto dell’80 a Bologna, e il governo diede subito la colpa ai terroristi dell’Eta, che per una volta invece non avevano niente a che fare con l’attentato (perlomeno non come responsabili principali). Risultato: gli spagnoli si sentirono ingannati da un governo, quello di Aznar, che non voleva ammettere che l’attentato era un po’ il risultato dell’intervento delle sue truppe in Irak, e votarono in massa per Zapatero. Qualche giorno dopo Marta, che allora era la nostra insegnante di spagnolo alla Scuola Interpreti, spiegandoci il suo punto di vista sui fatti appena avvenuti parlò di Revolución del móvil, perché la gente per protestare contro il PP (il Partido Popular di Aznar) si mise d’accordo via sms per andare in massa ai vari sit-in sotto le sedi cittadine del partito.

Mi sveglio ed è l’11 marzo (11-M), faccio colazione in un bar fumosissimo sotto l’hostal, dove mi sento subito a casa appena il barista mi chiede ¿qué te pongo, bonita?, e penso: ci sarà qualche ricordo nella stazione, su un giornale nella metro ho visto il giorno prima una foto con delle candele.

E invece, niente. I giornali quasi non parlano dell’anniversario, sono concentrati piuttosto sulla liberazione di un ostaggio in Africa. La stazione vive alle 8 del mattino la sua vita normale. È deliziosa. Nella sala principale, sotto le scale che vanno ai treni, hanno montato una specie di giardino dell’eden. Non si sente nemmeno l’ombra della morte e della paura che solo sei anni fa aveva cambiato le sorti di un’intera nazione. E allora mi dico: non sarà che tutte quelle celebrazioni che in Italia vanno tanto di moda – e il giorno della memoria, e il giorno del ricordo delle foibe, un po’ un’eredità crucca del volersi lavare la coscienza con celebrazioni varie ed eventuali, vedi il capitolo già qui trattato del Judaishe Museum – non facciano che fomentare l’autocommiserazione, e peggiorino una situazione di tensioni che invece si farebbe meglio a non fomentare? È un dubbio che da anni mi porto dietro, e so che faccio bene a chiedermelo. E, fatalitààà, non trovo risposta univoca.

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